Meno male che Giorgia c’è

A guardare quello che sta accadendo in Germania, più che compiacersi per l’avanzata di AfD bisognerebbe porsi una domanda molto semplice: che cosa sarebbe successo in Italia se Giorgia Meloni non fosse riuscita nell’impresa, tutt’altro che scontata, di costruire una destra capace di intercettare il malcontento senza rimanerne prigioniera, trasformandolo prima in consenso e poi in governo?

È probabilmente questa la domanda che consente di comprendere meglio l’eccezionalità italiana nel panorama europeo.

Come abbiamo scritto commentando il voto tedesco, liquidare ciò che sta accadendo con l’ennesimo allarme per la cosiddetta “onda nera” significa rifiutarsi ancora una volta di guardare le cause prima degli effetti. AfD cresce dentro la crisi di un sistema che per anni ha governato attraverso grandi coalizioni, restringendo progressivamente lo spazio dell’alternativa, mentre una parte sempre più consistente dell’elettorato maturava un giudizio negativo sulle politiche europee, sull’immigrazione, sulle follie green, sulla perdita di competitività, sul woke e sul multiculturalismo. 

Le differenze tra le varie destre europee esistono e in alcuni casi sono profonde, ma questo non cambia la sostanza: la domanda politica alla quale stanno rispondendo nasce da problemi reali che non si risolvono certo demonizzandoli.

La differenza è che l’Italia a questo passaggio è arrivata prima e, soprattutto, meglio attrezzata. Qui quella domanda ha trovato una destra con una storia, una cultura, una classe dirigente e una comunità alle spalle. Per capire davvero Giorgia Meloni bisogna partire proprio da questo, evitando anche l’errore opposto di raccontarne la leadership come se fosse nata dal nulla.

La destra italiana di oggi deve molto al percorso cominciato trent’anni fa con la nascita di Alleanza Nazionale e la svolta di Fiuggi, della quale Pinuccio Tatarella fu il principale artefice politico e strategico. Fu lui, il “ministro dell’Armonia”, a comprendere prima di molti altri che la destra italiana doveva uscire definitivamente dalla marginalità e diventare forza di governo senza recidere le proprie radici. Gianfranco Fini ebbe il merito e il coraggio di guidare quella trasformazione, insieme a una classe dirigente nella quale c’erano, tra gli altri, uomini come Ignazio La Russa e Alessio Butti, oggi pilastri di Fratelli d’Italia.

Alleanza Nazionale fu questo: la trasformazione di una comunità rimasta per decenni ai margini del sistema in una moderna destra nazionale, capace di parlare a una parte molto più vasta della società italiana e di assumersi responsabilità di governo. Un passaggio che oggi può apparire quasi naturale, ma che nella realtà di allora non lo era affatto. Richiese coraggio, capacità politica e soprattutto una visione: comprendere che essere fedeli alla propria storia non significa imbalsamarla, ma renderla capace di affrontare un tempo nuovo.

Poi sono arrivati il Pdl, la dissoluzione di Alleanza Nazionale, la rottura tra Fini e Berlusconi e infine la disfatta politica di un progetto nel quale era confluita buona parte della destra italiana. Su quelle vicende si è scritto abbastanza e non serve tornarci in questa sede. Ciò che conta è quello che accadde dopo, quando sarebbe stato facilissimo concludere che tutto ciò che era stato costruito fino a quel momento fosse da archiviare insieme agli errori che avevano portato a quella sconfitta.

Giorgia Meloni ebbe l’intelligenza di non confondere il fallimento di una stagione con quello di un’intera storia. È uno dei suoi maggiori meriti politici e forse uno di quelli meno raccontati: fondando Fratelli d’Italia non pretese di ricominciare dall’anno zero e non commise l’errore, molto comune nella politica italiana, di demolire ciò che era venuto prima per legittimare ciò che veniva dopo. Recuperò il meglio dell’intuizione di Tatarella, della svolta di Fiuggi e dell’esperienza di Alleanza Nazionale, insieme al patrimonio politico, umano e culturale costruito da generazioni di militanti, portandolo dentro una fase nuova.

In altre parole, non buttò il bambino con l’acqua sporca.

Per farlo serviva lungimiranza, ma soprattutto una particolare sensibilità verso la comunità dalla quale proveniva. Giorgia quella comunità la conosce perché l’ha vissuta. Conosce il movimento giovanile, le sezioni, le campagne elettorali, le sconfitte e le vittorie; conosce soprattutto quella rete di rapporti umani che nella destra italiana ha sempre contato almeno quanto le strutture formali dei partiti.

È questo che la sinistra si ostina a non voler comprendere: la destra italiana non è un cartello elettorale costruito sei mesi prima delle elezioni mettendo insieme sigle, leader e percentuali. Prima ancora di essere un partito è una comunità umana e politica.

Una comunità che esiste da decenni e che ha attraversato il Msi, Alleanza Nazionale, la stagione del Pdl e la nascita di Fratelli d’Italia senza mai smettere davvero di vivere. Ha continuato a farlo nelle sezioni, nei movimenti giovanili, nelle amministrazioni locali, nelle associazioni, nelle battaglie culturali e soprattutto nei rapporti tra persone che spesso si conoscono da una vita. È questo patrimonio immateriale che permette a una comunità di sopravvivere persino quando i partiti si sciolgono e i simboli cambiano.

È una fiaccola che passa di generazione in generazione: questa è la chiave per comprendere perché la destra italiana rappresenti oggi un unicum in Europa. Un fenomeno politico costruito esclusivamente sulla protesta può crescere rapidamente e altrettanto rapidamente scomparire; una comunità politica può perdere elezioni, attraversare crisi drammatiche, sbagliare leader e persino rimanere per anni ai margini, ma conserva una memoria sulla quale ricostruire. Giorgia Meloni ha avuto il merito enorme di capire che quella fiaccola non andava spenta per accenderne artificialmente un’altra: andava raccolta e portata più avanti. Ed è esattamente ciò che ha fatto.

Il risultato lo vediamo oggi, mentre in diverse Nazioni europee la protesta contro le scellerate decisioni ideologiche che hanno dominato gli ultimi decenni cerca ancora una forma politica stabile. In Italia quella domanda ha trovato Fratelli d’Italia e una leadership capace di darle rappresentanza senza relegarla ai margini del sistema.

Meloni è riuscita soprattutto nel passaggio più difficile: rendere quella destra credibile come forza di governo senza costringerla a vergognarsi di essere destra. Ha consolidato la collocazione occidentale dell’Italia, costruito rapporti internazionali, acquisito un’autorevolezza che oggi le viene riconosciuta anche da osservatori lontanissimi dalla sua storia politica e, nello stesso tempo, ha continuato a parlare di Nazione, identità, famiglia, sicurezza, confini e interesse nazionale. Ha saputo allargare senza annacquare.

È qui che il confronto con la Germania diventa particolarmente interessante: da noi molte delle istanze che altrove alimentano forze antisistema hanno trovato rappresentanza dentro una destra che governa e che dispone di una leadership riconoscibile, di una classe dirigente e di una cultura politica sedimentata nel tempo. È una differenza enorme, perché protestare e governare sono due mestieri completamente diversi. Raccogliere rabbia è relativamente facile; trasformarla in una proposta capace di guidare una Nazione molto meno.

Naturalmente governare significa anche mediare, scegliere priorità, fare i conti con rapporti di forza e assumere decisioni che possono non piacere a tutti. Una comunità politica seria non deve trasformarsi in una corte e sostenere un leader non significa rinunciare allo spirito critico. Ma proprio chi viene da questa storia dovrebbe conoscere la differenza tra una divergenza su una scelta e il giudizio complessivo su una traiettoria politica, e quella traiettoria appare ancora più chiaramente guardando ciò che sta accadendo intorno a noi.

La vecchia architettura politica europea sta scricchiolando. Il modello delle grandi coalizioni non riesce più a contenere il dissenso, il multiculturalismo è fallito, le politiche green hanno presentato un conto economico e industriale che qualcuno dovrà finalmente discutere senza paraocchi ideologici. Continuare a rispondere a tutto questo gridando al ritorno del fascismo ogni volta che gli elettori votano diversamente da come vorrebbe l’establishment significa continuare a non capire il tempo nel quale viviamo.

L’Italia, invece, possiede già qualcosa che molti altri stanno ancora cercando: una grande destra popolare, conservatrice, nazionale, occidentale e di governo, sostenuta da una comunità che non è nata con l’ultimo sondaggio e non finirà con il prossimo.

Per questo oggi la responsabilità è persino maggiore rispetto al passato. Fratelli d’Italia deve continuare a crescere, radicarsi e formare la classe dirigente che un giorno dovrà raccogliere quella stessa fiaccola. Perché i leader, anche i più grandi, appartengono inevitabilmente a una stagione; le comunità politiche attraversano le generazioni quando riescono a trasmettere valori, memoria, appartenenza e responsabilità.

Almirante e Tatarella immaginarono la trasformazione, Fini ebbe il coraggio di guidarla, una generazione di dirigenti e militanti la costruì e Giorgia Meloni, quando quella storia sembrava essersi spezzata, ebbe la capacità di raccoglierne il meglio senza rinnegarne gli errori, portandola dove la destra italiana non era mai arrivata.

Non è una storia cominciata nel 2012 e tantomeno nel 2022: è una storia molto più lunga, fatta di generazioni diverse che si sono passate una fiaccola senza lasciarla spegnere.

Giorgia Meloni l’ha ricevuta, l’ha custodita e l’ha portata a palazzo Chigi. Guardando la Germania e l’Europa di oggi, possiamo quindi dirlo senza trasformarlo in uno slogan e sapendo esattamente che cosa significa: meno male che Giorgia c’è.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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